venerdì 28 gennaio 2022

 Pinocchio si risvegliò come da un lungo sonno. I fili che legavano braccia e gambe alle croci di legno erano stati strappati; brandelli pendevano ancora dai suoi arti e brandelli pendevano dalle croci buttate ad ardere nel fuoco e ormai quasi del tutto consumate. 

Una voce fuori campo gli ordinò di alzarsi. Fu allora che iniziò a prendere coscienza del suo corpo: giaceva disarticolato sul palco del teatrino di cartone in una posa innaturale. Alzarsi. Chiese al braccio sinistro di muoversi e fu obbedito. Alzarsi, capì allora che avrebbe potuto, ma gliene mancava la voglia o forse il coraggio. La voce fuori campo continuava a ripetere monotona il suo ordine, ormai senza più convinzione. Pinocchio restò dov’era. Avrebbe solo voluto chiudere gli occhi, ma le palpebre erano disegnate aperte, impedite a muoversi. 

Intanto, poco distante, la fata turchina giaceva come abbandonata su una sedia di legno, le rughe profonde sulla pelle, un sorriso spento sul viso, gli occhi verdi cerchiati di nero guardavano in basso. Era passato troppo tempo. Troppo, troppo tempo. La mano destra continuava ad agitare la bacchetta, producendo una cascata di stelle che andavano ad affollare il cielo scuro di una notte senza il conforto della luna.

Tutte quelle stelle. E nessuno a guardarle.

lunedì 9 agosto 2021

 Guardo le dita della mia mano muoversi. Muovo le dita della mia mano e intanto le guardo. Sono io, mi dico, cercando di convincermi di essere e di essere anche capace di decidere almeno il movimento dei miei arti. La mano che afferra o che lascia cadere, se lo voglio. E un passo dietro l’altro, verso una direzione qualunque. 

Qualcuno ha calcolato che le probabilità di venire al mondo sono prossime a zero, specificando anche di non aver considerato tutte le possibili variabili; una conferma non necessaria di qualcosa di ovvio. Se posso credere al movimento di queste mie dita, posso ammettere l’esistenza di qualsiasi cosa. Soprattutto posso ammettere la non esistenza, l’illusione.

domenica 6 giugno 2021

 Sono invecchiato di colpo 

Una notte, solo più buia di altre, senza neanche la flebile luce di un sogno. 

Crepe accumulate negli anni nel nero dell’anima, sono risalite, strisciando come luridi vermi, percorrendo disordinatamente le viscere, fino ad arrivare a fermarsi sulle mi guance, sulla mia fronte. 

Anche gli occhi, da oggi capaci solo di cogliere frammenti: intorno a me ora vedo solo macerie.

sabato 13 febbraio 2021

Ho braccia aperte. 

Un petto, rifugio sicuro per una notte. 

E un soffio leggero da quello stesso petto

Che gonfia all’alba vele di carta

domenica 22 dicembre 2019

Ora non sento più nulla. 
Solo un fischio continuo,
modulato, 
come un canto di cicale.
Il caldo di agosto. 
Il bianco della spuma del mare. 
Il profumo di resina dei pini.

Accanto al mio volto le tue labbra si muovono afone
Leggo i tuoi pensieri come posso 

sabato 9 novembre 2019


Autoritratto
Un uomo di spalle. Il tronco nudo, pelle scura coperta da peli. La schiena leggermente curva. Pantaloni di un pigiama a righe che scendono sopra i talloni. I capelli in disordine, con qualche filo bianco, mostrano la calvizie incipiente. 
È in una stanza illuminata artificialmente, immobile d’avanti a una finestra coperta da una tenda. Impossibile vedere l’esterno. Sulla tenda chiazze di sole, segno di un giorno mite di metà autunno.

Fotomontaggio 
Lei viene ritratta posta dietro di lui, in uno slancio dove tende le braccia per afferragli il polso sinistro, nell’istante esatto in cui l’uomo pensa che sarebbe rimasto lì per sempre.

Epilogo
Al contatto delle mani di lei, la testa dell’uomo si gira di centottanta gradi. Ha le orbite vuote. I globi oculari sono rimasti dov’erano, sospesi nel vuoto, fissi sulla tenda e le macchie di sole

Sipario 
La tenda si apre. La finestra ha grosse sbarre. Dietro un piccolo orto e una pianta con grossi fiori rossi. Dietro la pianta una rete metallica sormontata da filo spinato.
Di lato, sul davanzale della finestra, c’è un grosso gatto. Ha il manto bianco e il muso di due colori, metà bianco e metà nero; il confine tra i due colori e netto e passa esattamente al centro del muso. Il gatto guarda gli occhi dell’uomo che guardano quasi con disprezzo.

domenica 17 febbraio 2019

Alle mi spalle un’ombra che non è la mia.
La sua presenza non è per il girare del sole. 
È lì. 
È sempre. 
E la notte entra tra le mie labbra a rubarmi le parole. 

La mia casa è un lungo silenzio