venerdì 28 gennaio 2022

 Pinocchio si risvegliò come da un lungo sonno. I fili che legavano braccia e gambe alle croci di legno erano stati strappati; brandelli pendevano ancora dai suoi arti e brandelli pendevano dalle croci buttate ad ardere nel fuoco e ormai quasi del tutto consumate. 

Una voce fuori campo gli ordinò di alzarsi. Fu allora che iniziò a prendere coscienza del suo corpo: giaceva disarticolato sul palco del teatrino di cartone in una posa innaturale. Alzarsi. Chiese al braccio sinistro di muoversi e fu obbedito. Alzarsi, capì allora che avrebbe potuto, ma gliene mancava la voglia o forse il coraggio. La voce fuori campo continuava a ripetere monotona il suo ordine, ormai senza più convinzione. Pinocchio restò dov’era. Avrebbe solo voluto chiudere gli occhi, ma le palpebre erano disegnate aperte, impedite a muoversi. 

Intanto, poco distante, la fata turchina giaceva come abbandonata su una sedia di legno, le rughe profonde sulla pelle, un sorriso spento sul viso, gli occhi verdi cerchiati di nero guardavano in basso. Era passato troppo tempo. Troppo, troppo tempo. La mano destra continuava ad agitare la bacchetta, producendo una cascata di stelle che andavano ad affollare il cielo scuro di una notte senza il conforto della luna.

Tutte quelle stelle. E nessuno a guardarle.