Mi nascondo in foreste di parole. Quando la tua lama cercherà l'essenza, troverà una pelle vuota di serpente. O forse un uomo nudo, seduto, che abbraccia le sue gambe, cercando di nascondere quel sesso duro di cui si vergogna.
martedì 16 agosto 2016
Che strano pianeta abbiamo creato. Il pianeta dell'effimero.
Ha volte riesco a vedere l'essenza. Come successe alcuni anni fa. Due donne a ballare tra loro. Troppe rughe sul volto. Troppo trucco sul volto. Troppo colore su vestiti troppo corti. E un ridere violento, più violento della musica oscena.
E troppo desiderio negli occhi. A guardare me, troppo giovane per loro. Desiderio di distruggere. Solo quello. Mentre io pensavo di fuggire. Mentre io pensavo solo a fuggire. Mentre il vento squassava i rami. Incurante del vento che stendeva sotto i miei passi un tappeto spesso di foglie. Incurante del vento che mi rubava lacrime dagli occhi. Fino all'istante in cui le membra divennero burro. Fino a costringermi prono, ad abbracciare la terra.
Fu allora che lo vidi. Sollevando di poco la testa. Sputando fango dalle labbra. Quel l'occhio enorme e giallo. Che mi fissava mentre, lento, saliva sui tetti. Una notte ancora, dopo milioni di giorni.
Ha volte riesco a vedere l'essenza. Come successe alcuni anni fa. Due donne a ballare tra loro. Troppe rughe sul volto. Troppo trucco sul volto. Troppo colore su vestiti troppo corti. E un ridere violento, più violento della musica oscena.
E troppo desiderio negli occhi. A guardare me, troppo giovane per loro. Desiderio di distruggere. Solo quello. Mentre io pensavo di fuggire. Mentre io pensavo solo a fuggire. Mentre il vento squassava i rami. Incurante del vento che stendeva sotto i miei passi un tappeto spesso di foglie. Incurante del vento che mi rubava lacrime dagli occhi. Fino all'istante in cui le membra divennero burro. Fino a costringermi prono, ad abbracciare la terra.
Fu allora che lo vidi. Sollevando di poco la testa. Sputando fango dalle labbra. Quel l'occhio enorme e giallo. Che mi fissava mentre, lento, saliva sui tetti. Una notte ancora, dopo milioni di giorni.
lunedì 15 agosto 2016
Il dolore per l'abbandono porta a
Per vivere è necessario credere in qualcosa. Ma qualcosa accade. Se accade, il credo si frantuma. Come una bottiglia di vino che cade. Non resta che bere le schegge di vetro invece di un liquido nero che ottenebra. E ridursi l'anima a brandelli.
vivere un'esperienza metafisica. Si entra in una dimensione dove esiste solo il delirio della mente e il dolore. È un viaggio dal quale si torna trasformati. A volte non si torna affatto.
Così s'impara che ci sono solo due ruoli possibili: vittima o carnefice.
Col tempo ho imparato che carnefice non si può essere solo per nascita. Basta lacerarsi l'anima una volta di troppo per perderla. Il cinismo viene da se, una diretta conseguenza.
sabato 13 agosto 2016
Sono in ritardo su tutto.
Sono uscito dall'utero e non c'era più nessuno ad aspettarmi. Luce spenta. Serrande abbassate che lame di luce attraversavano comunque. Penombra. L'ostetrica addormentata seduta su una sedia di ferro e formica, la testa appoggiata sulla mano, la mano avvinghiata al bordo della spalliera della sedia, la bocca semichiusa, un respiro profondo, un russare leggero. E poi ferri appoggiati su un carrello, qualcuno con un velo di muco e sangue. Un camice verde appeso al muro e sopra, appoggiata, una cuffia grinzosa. Una piccola palla di carta si spostava rotolando sul pavimento, seguendo traiettorie imposte da una lingua di vento che filtrava da sotto la porta chiusa.
Non so chi avesse tagliato il cordone ombelicale, ma la sensazione che ne ebbi fu di legame col mondo spezzato, di un allontanarmi lento nel vuoto, di orizzonti sempre più piccoli, di un nero che spalancando la bocca, inghiottiva lento ogni parte di me: i piedi, le gambe, il corpo, la testa.
Sono sceso dal tavolo della sala parto come ho potuto. Ho fatto piano, molto piano, per non disturbare nessuno. E ho iniziato il mio cammino.
La ricerca di una madre.
La prima incontrata era interessata al mio sesso e giocava con quello. Niente di male. Solo che alla fine mi risvegliavo buttato in un angolo, il corpo vuoto, le mani vuote, la testa piena di nulla. Accadde così che un giorno, per un respiro più profondo, inspirai con l'aria anche me stesso e di lei non seppi più nulla.
La seconda invece preferiva i miei pensieri. La divertiva deformarli e poi sputarmeli in faccia. Lo faceva così bene che persi di vista il mio obbiettivo e mi pensai misogino.
Alla fine venne la terza. Ormai ero già vecchio e stanco. E lei non era interessata a niente. Neanche a sé. Figuriamoci se potesse essere interessata a ciò che ero o alla mia ricerca. Semplicemente mi teneva chiuso in una gabbia. Una piccola scatola con sbarre di ferro leggere che avrei facilmente potuto piegare per fuggire. Un cubo insulso che pendeva dal soffitto di una stanza buia piena di ciarpame. Mi teneva rinchiuso lì per gran parte del tempo. Ma non c'era dietro una volontà costrittiva. Solo vuoti di memoria sempre più espansi. Un ora. Tre giorni. Sei mesi... Alla fine divenni così magro da riuscire a passare attraverso le sbarre. Anzi caddi giù dalla gabbia un giorno che alle sbarre ero appoggiato di schiena. Sul pavimento era ad attendermi un po' di polvere e vecchie bambole rotte. Troppo poco per convincermi a restare.
E perciò ripresi il cammino.
Il giorno che, distratto, mi è capitato di sbattere contro di te, hai abbassato la testa, mi hai visto e hai pronunciato la parola "perché". Ora cerco di spiegarti che "perché" è una parola che non conosco. A volte ho pensato fosse il vorticare impazzito delle lancette del tempo che avvitandosi nell'aria, la risucchiano così da lasciarmi boccheggiante, la bocca spalancata, le mani intorno al collo, il cuore impazzito che martella lo sterno, la sensazione di panico, lo sguardo disperato rivolto verso l'alto sperando un aiuto dall'esterno che non può arrivare.
Altre volte ho pensato a un meccanismo con carica a molla conficcato nel mio petto; il desiderio di giacere, ma gambe e braccia che rispondono non a me, ma alla molla, si muovono ritmicamente e senza sosta, peraltro costringendo le labbra a un sorriso. E quelle volte pensando con invidia a chi quella molla è capace di chiamarla dio.
Stanco, ho anche concluso che perché vuol dire "sono un profugo perseguitato da me stesso". Ma questa era una cosa troppo stupida per potertela dire.
Così alla fine ti ho detto: perché non esiste, è un vocabolo creato per sbaglio. Ma forse in realtà non ti dissi nulla, semplicemente sorrisi, un sorriso vuoto di tutto, solo semplice contrazione di muscoli facciali, e proseguii oltre.
domenica 7 agosto 2016
I numeri non sono parole. Si possono manipolare comunque e avere risultati prevedibili. Spesso li uso per proiezioni cabalistiche. L'illusione di rendere prevedibile un futuro. Eppure il mio tempo è collassato da anni.
Ieri ho di nuovo riconosciuto me stesso bambino camminare assorto lungo un marciapiede. I capelli castani spettinati dai sogni, il treno in corsa per le fughe continue dal mondo.
Procede dondolando a sinistra e a destra. Il sole del tardo pomeriggio di marzo lentamente allunga la sua ombra. Mi piace camminare senza meta verso il sole che tramonta.
Inciso.
Una donna passa accanto al mio io adulto. Mi sfiora. Avrà circa quarant'anni, è un poco più giovane di me. È magra. Ha il volto scavato. Anche il suo cuore lo è. Istintivamente le tendo la mano, ma i suoi occhi sono altrove.
Intanto il bambino che ero è scomparso. Deve aver girato l'angolo in fondo alla strada.
Ma in realtà anche la strada è scomparsa.
Ieri ho di nuovo riconosciuto me stesso bambino camminare assorto lungo un marciapiede. I capelli castani spettinati dai sogni, il treno in corsa per le fughe continue dal mondo.
Procede dondolando a sinistra e a destra. Il sole del tardo pomeriggio di marzo lentamente allunga la sua ombra. Mi piace camminare senza meta verso il sole che tramonta.
Inciso.
Una donna passa accanto al mio io adulto. Mi sfiora. Avrà circa quarant'anni, è un poco più giovane di me. È magra. Ha il volto scavato. Anche il suo cuore lo è. Istintivamente le tendo la mano, ma i suoi occhi sono altrove.
Intanto il bambino che ero è scomparso. Deve aver girato l'angolo in fondo alla strada.
Ma in realtà anche la strada è scomparsa.
venerdì 15 luglio 2016
Uno strappo nella notte che m'avvolge come un bozzolo. Non esco farfalla, ma nudo nella mia pelle bianca. Spalanco le palpebre al buio. Esco dal sonno insieme a sogni nero pipistrello che volano via disperdendosi veloci. Un breve inutile inseguimento tentando di renderli parte della mia memoria.
Hai lanciato altri sassi nello stagno. Fare rumore, lasciare una traccia. Non fa differenza. Spio quello che scrivi con una leggera vergogna. Come sempre da tanti anni. Un entrare furtivo in una casa che non m'appartiene. Vecchie foto ricordo, una storia d'amore.
Fascinazione.
Arrivo a negare la tua esistenza. Resto dove sono. Una quotidianità mantenuta a fatica.
Raccolgo quelle parole come sabbia e costruisco i miei castelli.
La solitudine è il canto di una sirena che ci accompagna durante la vita. Qualcosa di congenito.
Non credo possa nessuno. Ognuno è il proprio universo.
Hai lanciato altri sassi nello stagno. Fare rumore, lasciare una traccia. Non fa differenza. Spio quello che scrivi con una leggera vergogna. Come sempre da tanti anni. Un entrare furtivo in una casa che non m'appartiene. Vecchie foto ricordo, una storia d'amore.
Fascinazione.
Arrivo a negare la tua esistenza. Resto dove sono. Una quotidianità mantenuta a fatica.
Raccolgo quelle parole come sabbia e costruisco i miei castelli.
La solitudine è il canto di una sirena che ci accompagna durante la vita. Qualcosa di congenito.
Non credo possa nessuno. Ognuno è il proprio universo.
giovedì 7 luglio 2016
Un'ombra nera e densa si allunga verso di me. O forse sono io che le vado incontro.
La notte m'inghiottirà.
Un brivido mi corre lungo la pelle, trova la strada del mio cranio ed esplode dalle mie labbra come urlo, dai miei occhi come lacrime di terrore.
All'alba sarò sputato fuori come ogni giorno, incrostato d'incubi e sudore.
Nessuna voglia di vivere.
La notte m'inghiottirà.
Un brivido mi corre lungo la pelle, trova la strada del mio cranio ed esplode dalle mie labbra come urlo, dai miei occhi come lacrime di terrore.
All'alba sarò sputato fuori come ogni giorno, incrostato d'incubi e sudore.
Nessuna voglia di vivere.
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